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Godranopoli.
Museo Etnoantropologico della cultura materiale
agro pastorale
Ripartizione (1982)
Testo di Francesco Carbone
Ripartizione del museo per cicli di produzione
e lavoro
La cultura materiale
agropastorale proposta da "Godranopoli" si
avvale di criteri espositivi
propri delle più aggiornate teorie della
comunicazione al fine di poter rendere più
realmente vivi i manufatti
esibiti, organizzandoli in un percorso di osservazione
e di fruizione
frontale e contiguo, spontaneamente vivibile
rispetto agli etnoreperti di
cui si compongono i cicli di produzione e lavoro,
individuati e precisati
nel modo seguente:
1) ciclo del grano o del pane;
2) ciclo dell'olio e del vino;
3) ciclo della pastorizia.
Ciclo del pane
In questo come nel rimanenti
cicli di produzione e lavoro, figurano
tutti i manufatti, gli oggetti, gli attrezri
legati alla coltivazione del grano,
dell'aratura della terra, alla semina, alla mietitura,
alla trebbiatura, nelle
aie, con i muli.
Nella rappresentazione
dello stesso ciclo sono presenti, inoltre alcune
tipologie più significative riguardanti
l'aratro: da quello più arcaico,
costruito in legno, già
noto nell'antico Egitto, chiamato aratro a
chiodo", sino a quelli costruiti in ferro.
L'aratro a chiodo (in
siciliano aratru a chiovu) era trainato da una
coppia (paricchia) di buoi. L'attrezzo si completava
del gioco,della bure
e del ceppo su cui si innestava
il vomere di ferro.
Fare il pane
Un tempo ...tanto tempo
fa, si faceva il pane in casa. Di solito erano
due le donne affaccendate alla bisogna. Si iniziava
abburrattando la
farina, cbe giungeva direttamente dal mulino:
dalla prima cernita si
eliminava la crusca (canigghia), buona
per farne canigghiuòtti, pane per
cani, oppure 'a 'mpastàta, il pastone
per le galline. Dalla seconda cernitura
si otteneva il cruschello che - mescolato con
poca farina bianca - serviva
per preparare 'a ranza, o granza,
un panino integrale il quale - appena
sfornato veniva consumato caldissimo previo
condimento con olio,
sale ed origano. Ecco ora la farina bianca che
viene sistemata nella
maìdda (madia) per impastarla con
acqua, sale e lievito; appena l'impasto
è pronto lo si passa sulla sbrìvula,
un assito di legno in cui è inchiavardata
a leva la gramola (in dialetto briùni
o sbriùni): la gramola, o stanga, viene
ritmicamente alzata ed abbassata da una persona,
mentre sull'assito, e
perfettamente al disotto, un'altra
persona gira e rigira l'impasto; è
proprio questa azione di schiaccimento che renderà
la pasta da pane ben
compatta ed amalgamata. Conoscere il momento
in cui è definitivamente
pronta discende da antica esperienza.
Ora si procede alla confezione
dei pani, che prendono la forma
voluta secondo usanze locali o di famiglia: sull'ultimo
pane confezionato
si fa - in punta di coltello un segno
di croce, beneaugnrante. Man
mano i pani sono sistemati su teli di lino, ed
in genere sul letto (si dice
infatti mettiri u pani o liettu), e quindi
coperti perchè al tepore possano
ben lievitare. E proprio quando la lievitazione
è a buon punto, giunge
al momento di àrdiri u furnu, o
camiàri,
cioè scaldare e preparare il forno
per la cottura. Si usano in genere armenti di
vite o rametti dì aspalato,
e mai sterpaglia qualunque; e quando i mattoni
di coccio iniziano a
diventar biancastri, è segno di scupari,
scopare il forno, tirando prima
la brace verso l'imboccatura e quindi togliendo
la cenere con una scopa.
Finalmente si inforna, ed
ogni pane sarà posto sull'apposita pala, dal
lunghissimo manico per non bruciarsi; e per ogni
pane che si introduce,
si reciterà un versetto, riferito a questo
od a quest'altro santo, richieden-
done una specifica assistenza.
Il tempo di cottura è
scienza della massaia: ella conosce il suo pane,
il suo lievito, il suo forno: aprirà la
balata (o sportello mobile del forno)
quando «sa» di poter ritirare il
pane ben cotto, dorato, croccante, e che
ancora prima fuma di grano maturo.
Il ciclo dell'olio
Storia, mito e leggenda
Si ritiene che il centro di
origine dell'olivo sia la zona che comprende
l'Armenia, il Pamir ed il Turkestan, da
dove si diffuse nell'area
mediterranea. L'ovicultura era nota nell'isola
di Creta (età minoica:
3000-1500 a. C.); in Egitto (2000 a. C.); ed
in Palestina (2000 a. C.).
In Grecia, ad opera dei fenici che lo introdussero,
si coltivò l'olivo tra
il IX e l'VIII sec.; e dalla Grecia passerà
in Sicilia e Spagna verso il V
sec, a. C.; Plinio il Vecchio precisa meglio,
che ciò avvenne ai tempi di
Tarquinio Prisco (616-578 a. C.).
In Sicilia l'olivo non ebbe in verità
grande diffusione, perchè nell'iso-
la ci si preoccupava di produrre in maggior quantità
frumento e vino.
Tant'è che l'Amari, riferendosi al periodo
della denominazione araba
dirà: «.. . Nessuno scrittore
arabo fa menzione degli ulivi; che in Sicilia comunemente si credono accresciuti
in quell'età perchè i contadini sogliono chiamare saracinesco
qual
veggano più possente di ceppo, e pittoresco
di tronco e rami. La coltura del'olivo in Sicilia risalisce al V secolo
innanzi l'era volgare, nè mai si abbandonò ma decadde al
par che tante altre sotto i Romani,nè rifiorì sotto gli Arabi;
poichè sappiamo dell'olio che l'Africa vendesse alla Sicilia nel
IX, X e XII sec.».
La raccolta
L'annata prospera di olive è
sempre stata bene accolta dai proprietari
perché da (o dava) ricchezza; non per
nulla correva il detto annata d'olivi
si mancia e si vivi, che non ha bisogno
di traduzioni.
La raccolta è condotta da
una «ciurma» costituita da alcuni scutulatùri
che sull'albero, o da terra, con canne, scrollano
il frutto; e dai cugghitùri,
uomini ma per lo più donne, che raccolgono
le olive in canestri.
Un tempo non tutte le olive andavano
al trappeto (trappìtu), del
quale è detto più avanti;
ma si faceva l'olio in casa, per avere il
primissimo della stagione (l'ogghiu nuòvu),
ed il migliore in senso assoluto.
E per quest'olio c'era una massaia,
proprietaria della sbria, una specie
di gramola simile a quella per fare il pane in
casa; e due aiutanti, giovani
e robuste ragazzone. In uno speciale sacco (saccùni),
preparato dalla stessa
massaia, si introducevano 3 «tumuli»
di olive, ed una pignatta di acqua
calda; il sacco veniva quindi posto nella madia,
e sempre voltato e
rivoltato da una delle due ragazze (la vutatùra,
appunto); mentre l'altra
ragazza (la scanatùra) alzava ed
abbassava la stanga (sbrigùni) sul sacco,
appoggiandovisi col sedere, per far
forza, per schiacciare le olive.
L'operazione di schiacciamento, di alzare ed
abbassare la stanga, e di
rivoltare il sacco, durerà per ore, fin
quando stillerà l'olio nuovo, verde
e fragrante. Fatto il primo saccuni, si
passa a farne un altro, ed un altro
ancora: narrano le cronache che se ne facevano
ben 7 in una giornata,
ovvero la stagghiàta, il compito
giornaliero.
Ovviamente questo «servizio
di sbria» veniva pagato dalle clienti
vicine di casa della massaia; ed il pagamento,
in denaro, andava alle due
ragazze; mentre alla massaia andava mezzo litro
d'olio per ogni saccuni.
Val la pena ricordare che quest'olio
«di sbria» per quanto ingrato e
faticoso fosse il sistema per ottenerlo - era
ritenuto il migliore in senso
assoluto, perchè proveniente dalla sola
polpa delle olive, rimanendo
integro il nocciolo.
Ai tempi degli antichi romani le
olive venivano schiacciate coi piedi
calzati da zoccoli in apposite aie. Ma va anche
detto che a quei tempi
l'olio non era adoperato per uso alimentare,
bensì quale grasso esterno
per ungere il corpo insieme a profumi e balsami.
Più tardi venne adoperata
la tudìcola, un piccolo battitoio, progenito-
re della sbria prima descritta. Nascerà
solo in un terzo tempo la mola
olearia, una macina del tutto simile a
quella adoperata per i cereali, ma
con il bacino a bordi rialzati.
La parola trapetum (già
adoperata da Plinio, Varrone, Columella, etc.)
indicava proprio il frantoio delle olive, e la
tradizione vuote che sia stato
inventato dall'ateniese Aristeo; esso aveva lo
stesso principio di funzio-
namento degli attuali trappeti siciliani: due
macine semisferiche affianca-
te, che girano su un mortaio.
Il ciclo del vino
La vendemmia avveniva nel passato
quando l'uva era abbondante-
mente matura, affinché l'acidità
del succo divenisse bassa in favore
dell'innalzamento della zuccherinità,
prerogativa dei vini molto alcolici.
Trenta giorni prima della vendemmia
(venti, a seconda delle usanze)
si procedeva alla purificazione di botti e tini,
nonché all'organizzazione
dei mezzi di trasporto e degli attrezzi occorrenti
alla raccolta dell'uva e
alla vinificazione.
Oltre al contadino capace di fare
da sè in tale occasione, esisteva la
figura del matru'uttar (il bottaio) che
provvedeva a sistemare stipi (botti)
e tinedda (tini).
Il trasporto dell'uva veniva effettuato
a mezzo muli, asini e carretti
chiamati vesti a bbarda. L'uva era contenuta
in recipienti chiamati mucini
fatti di legno o di luona (olona) tela
impermeabile pesante, proveniente da
Olona, località del Piemonte.
Oltre ai mucini di luona,
venivano preparati dalle donne delle grandi
tele cerate (incirata) sui quali veniva
deposta l'uva vendemmiata.
La pigiatura dell'uva era
eseguita in ampie vasche o nei tina,
recipienti di legno molto alti. I pistaturi,
tenendosi a corde pensili dal
tetto, pestavano l'uva.
Dalla purtedda, dallo sportello
in basso della tina o della vasca
scorreva il mosto.
Una maggiore quantità d'uva
veniva lavorata nei parmenti, o nei
trappiti con l'ausilio del torchio azionato
a mano mediante un'apposita
leva, perciò esso era chiamato anche strincituri.
Sirratizzu (botte tagliata
a metà), paraturi (raccoglitore del mosto),
cannata (grosso boccale per riempire la
bigghiola),
mutu
i mignu (muto di
legno), vinazzu (residuo della pigiatura):
tutti questi oggetti e nomenclatu-
re costituivano gli elementi di base del ciclo
del vino.
Il ciclo della pastorizia
La pastorizia è il ciclo produttivo
rimasto fortemente legato ai
sistemi di pascolo e di produzione arcaici. Il
caciocavallo, prodotto
caseareo godranese prevalente, gode di particolare
apprezzamento, ap-
punto perché qualitativamente ottimo ed
integro di tutte le sue proprietà
originarie.
Sin dai tempi più
lontani, il godranese ha sempre manifestato
spiccate attitudini per la pastorizia, la cui
pratica ha sempre ricondotto
all'uso, alle modalità, ai gesti e ai
comportamenti, sia individuali che
comunitari, del tempo del mito e dei rituali
stagionali riferiti soprattutto
alla lavorazione e produzione dei manufatti caseari:
la ricotta, il pecorino
(nel passato) e poi definitivamente il caciocavallo.
Infatti, da quando è scomparsa
del tutto la presenza nel luogo di
ovini e caprini che arrecavano danno
ai rimboschimenti demaniali
all'interno dei quali permane la concessione
dei pascoli (il bosco della
Ficuzza), il patrimonio zootecnico di Godrano,
risulta esclusivamente
composto e intensificato dall'allevamento di
bovini, la cui consistenza
numerica si aggira allo stato attuale intorno
ai 4-5 mila capi di bestiame
su una popolazione locale media di 1.000 abitanti.
Il caciocavallo, dunque, è
il prodotto per eccellenza che caratterizza
l'attività del pastore e dell'allevatore
di Godrano; prodotto annoverato
recentemente nel panorama dei formaggi nazionali
tra i più prelibati e
pregevoli, per le sue particolari qualità
di alimento proteico e l'alto
valore energetico.
Nei suoi procedimenti
di massima, il caciocavallo si ottiene dalla
coagulazione acida o presamica (cioè
mediata dal caglio o presame) con
aggiunta di sale. La pastorizzazione del latte
che precede l'intera opera-
zione, attiva il processo di cagliatura, che
consiste essenzialmente nella
precipitazione della caseina del latte. A tale
scopo il latte viene prima
addizionato di caglio, che tradizionalmente si
ottiene dalle pellette (ritagli
di stomaco di vitello lattante) per macerazione
in siero.
Più esattamente,
la lavorazione e produzione del caciocavallo si
arricchiscono di peculiarità procedurali
e di sostanze proprie della qualità
del latte, delle razze bovine allevate e dei
pascoli montani e a valle
tuttora allo stato brado e anche transumanti,
di cui l'allevatore godrane-
se si avvale nei vari passaggi stagionali; nonché
dalla scelta oculata dei
mangimi per i periodi rigidamente invernali in
cui il bestiame viene
premurosamente governato nel chiuso degli stalloni.
La preparazione, la
lavorazione e la definizione del prodotto seguono
un iter ripetitivo semplice e remoto, ogni volta
suggestivo nella sua
arcaica ritualità, nei suoi ritmi di progressione
lavorativa, come nelle sue
pause di fermentazione, di amalgamazione e di
modellazione.
Un'attrezzatura altrettanto
elementare e funzionale chiamata u strigghiu,
assolve a tali procedimenti di manipolazione
e confezione del
caciocavallo identificandosi in una serie di
contenitori e utensili, in
supporti utilizzati nell'alternarsi delle fasi
di lavorazione del prodotto.
Così, le varie
fasi seguono percorsi di volta in volta paralleli e laterali
insieme, asimmetrici, in un rapporto di consequenzialità
manuale, di
interruzione e di legamenti schematizzati nei
seguenti procedimenti.
Prima fase: ricotta e tuma
1) Dopo la mungitura, il latte viene scrupolosamente
colato nella tina
(contenitore di legno simile
ad una botte verticale dalle doghe ritte).
2) Squagliato in un piccolo setaccio, il caglio
(ritagli di stomaco di
vitello lattante) si
versa nel latte della tina.
3) Si mescola bene latte e caglio con la
rotula (tavoletta rotonda
all'estremità
di un bastone), sino ad ottenere la lacciata (latte rappres-
so con caglio).
4)Quando la rotula resta perpendicolarmente infissa
al centro della
quagghiata (cagliata),
si procede alla sua rottura, mescolandola ripetu-
tamente sino a renderla liquida
ma disposta ad una percentuale di
addensamento.
5) Tale porzione di addensamento produce la tuma,
cioè il cacio tenero
non definito.
6) La tuma s'intuma, si separa cioè con
la rotula della lacciata (si
sdillaccia).
7) La lacciata rimasta dall'estrazione della
tuma si versa nella quarara
(caldaia di rame), si zubbia
(si
rimescola) col zubbu (scopino con
manico), si versa l'airu
(componente del linatizzu o siero acidificato)
e si lascia riscaldare sino ad una
temperatura di 80 gradi circa.
8) Emerge la schiuma, e quando essa, attraversata
in superficie per
sfioramento con la cazza
(mestola in ferro dal fondo tessuto di fori)
si ricompone all'istante, fluttuando
e raccogliendosi ai bordi della
caldaia, si versa subito il latte
in ragione del 5 per cento rispetto
alla qualità della lacciata
contenuta nella caldaia.
9) Il rimescolamento o lo zubbiare, cioè
il roteare dello scopino in
direzione delle lancette dell'orologio
verso le coste (le pareti) e il
fondo della caldaia, subisce allora
un abile storno di direzione, vale
a dire un'inversione di rotazione
opposta a quella precedente.
10) Emerge, sale così in superficie la
ricotta, galleggiando sul siero.
Seconda fase: il caciocavallo
11) La tuma, che nel frattempo si trovava ed era
rimasta dentro la tina,
viene ammazzarata, viene
resa cioè compatta ed omogenea (priva di
qualsiasi residuo di lacciata),
ripetutamente pressata con la cisca
(secchio di legno) ripiena d'acqua
o d'altro per aumentarne il peso.
12) Pressata al massimo, la tuma si esce dalla
tina dopo essere stata
tagliata in quattro pezzi. Questi
spicchi si depongono sulla cannara
(graticcio di canne) che è
posata sul piddiaturi (simile ad una madia),
affinché scoli ogni residuo
di liquido.
13) A questo punto, i quattro spicchi di tuma,
vengono ulteriormente
tagliati in un numero di falde rapportati
allo spessore di ciascuno
spicchio.
14) La tina, precedentemente svuotata si
lava accuratamente col siero.
Dopo di che si versa nello stesso
recipiente il siero bollente nel
quale si lasciano squarare
(pre-cuocere) le fette di tuma per 4-5 ore,
sino a quando la temperatura del
siero si rende tiepida.
15) Si tolgono quindi le falde di tuma e si rimettono
sulla cannara,
sovrapponendole l'una sull'altra
a forma di stella.
16) Le stesse falde di tuma vengono
successivamente pressate dal
pastore che si pone a cavallo
del piddiaturi (su cui, appunto, è
adagiata la cannara).
17) Resa elastica dalla pressione esercitata
dalla persona (ma già essa
possiede una notevole disponibilità
a tale scopo) la pasta di tuma
si allunga, amalgamandosi
in un unico pezzo.
18) Si procede in tal modo alla modellazione
della stessa pasta, manipo-
landola pur tre volte consecutive,
sino a ricavarne tre facce.
19) Dopo di che, ottenuto tale spessore, la pasta
si mette a cavallo
dell'apizzatuma (bastone
di castagno pendente orizzontalmente dal
tetto).
20) Il giorno dopo, avendo acquisito
un grado di acidità tale da
aumentarne il grado di coesione
(che serve a garantire l'omogeneità
e la pastosità
del prodotto), la pasta viene nuovamente affettata e
rimessa dentro u
piddiaturi nel quale si versa il siero bollente e si
attende che avvenga la giusta
cottura della pasta.
21) Resa ulteriormente elastica, la tuma si vacilia
nel vaciliatuma (recipien-
te a conca), servendosi
del
vaciliaturi (bastone a paletta).
22) La pasta ridiventa così un unico pezzo
perfettamente compatto e
duttile.
23) Quindi si accoppa, avviene cioè
l'accuppatina, la moddellazione a forma
di pera della pasta che, nel
tavuleri
(mezzo atto a pigiare la stessa
pasta di tuma), viene sottoposta
ad un processo serrato di modella-
zione sino ad acquistare la
forma definitiva di un vero e proprio
parallelepipedo (quattro facce).
Successivamente si procede
alla salatura, che è un'operazione impor-
tante, perchè il sale
limita lo sviluppo batterico e regola lo spurgo
d'acqua dalla forma del caciocavallo.
Poiché le forme variano di
peso, la durata della salatura
è calcolata dal peso del formaggio: un
giorno per ogni chilogrammo.
Il caciocavallo appartiene
al genere dei formaggi duri ed e batteriolo-
gicamente puro, non alterato dal punto di vista
organolettico e contiene,
infine, integralmente, tutte le proprietà
proteiche ed energetiche derivate
dalla bontà dei pascoli e del latte che
lo producono, differenziandosi così
da tutti gli altri prodotti casearei isolani
a garanzia assoluta del consuma-
tore.
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