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Manifestazione a Villafrati sulle feste
patronali (1969)
testo di Francesco Carbone
Puntualissimi, anno per anno, i festeggiamenti
in onore del Patrono
di ogni singolo Centro della nostra Isola costituiscono
un impegno
collettivo che, pur differenziandosi da luogo
a luogo in modalità organizzative marginali, assume nel suo complesso
un'identica fisionomia di partecipazione e di interesse omogeneo.
Una tradizione che resiste, perché
affonda le sue radici nella memoria di un costume popolare perpetuato nel
tempo: per coloro che credono, è bello onorare insieme il
"proprio" Santo, ed è nel contempo suggestivoed esaltante, per gli
altri e per tutti, divertirsi insieme per uno o due giorni prestabiliti
quell'anno.
L'animazione resta quella
di sempre: scalza la monotonia delle
giornate regolari, uguali, e dà un senso
diverso al trascorrere delle ore.
Il giorno non si dissolve nella sera ma prolunga
in essa la sua durata,
riempendola di prospettive e di attese dilatate
e allettanti.
Le strade del paese diventano gonfi
affluenti della piazza, convoglia-
no la gente verso un comune luogo di ritrovo.
La piazza ritorna ad
esprimere così la sua antica funzione
urbanistica di autentico spazio di
relazione umana e sociale.
Questa è poesia, si dirà,
ed è la verità. Ma è poesia che spinge i suoi
richiami in profondità o non si tratta
piuttosto di poesia limitata
all'apparenza di un involucro?
Certamente sì, perchè
è proprio lì, sulla piazza, che in un'ora
convenuta della sera ci si accorge di queste
occasioni della sopraffazione di talune interferenze, del potere che esse
esercitano sui modi e sui tempi di una tradizione che, pur
evitando di stratificarsi su schemi sorpassati, è stata costretta
ad intraprendere un percorso polidirezionale incalzante ed integrato nel
contesto più vasto di un certo tipo di società.
Delle feste paesane di un tempo,
si vuoI dire, oggi è rimasta in realtà
un'eco indistinta, un'aria falsata dalla perdita
di autenticità.
Il sacro e il profano non vivono
più della loro genuina simbiosi.
Questo genere di reversibilità è
divenuto ormai impossibile. Anche
ciòera ed è inevitabile. Ed ecco
che al poeta neoromantico che si cela nella predisposizione di tutti in
queste occasioni; al poeta abbagliato dalle luci fantasmagoriche, eccitanti
della festa locale, subentra la concretezza responsabile ma non barbosa
del sociologo, dell'antropologo, dell'ideologo, dell'uomo di cultura in
genere, perchè da un attento esame di questi comportamenti si possa
risalire alle cause che li determinano. Si possa, conseguentemente, fare
ricorso ai mezzi che siano in grado di modificarele distorsioni subite
da tali comportamenti.
La ragione è questa.
La nostra società di oggi
è definita società dei consumi e dell'immiginazione.
Tecnica, tecnologia, scienza hanno
impresso ai mezzi di informazione e di comunicazione di massa accelerazioni
enormi, iniprevedibili.
Radio, televisione, cinema, stampa,
pubblicità, questi mass media o
fonti di immagini e di informazioni, in virtù
del loro continuo perfezio-
namento, accorciano le
distanze del mondo, esercitano un'influenza totale su masse
sempre più vaste della nostra moderna civiltà. Livellano
i costumi, pianificano le opinioni. Sfornano continui modelli di riferimento
e di comportamento.
L'avvento e l'enorme sviluppo di
questi mezzi hanno modificato
radicalmente le tre condizioni essenziali del
vivere associato. Cioè queste:
1) comunicare con le altre persone; 2) comunicare
con se stessi, vale a
dire pensare (quando ognuno di noi pensa, infatti
comunica per primo
con se stesso, parla con se stesso); 3) formare,
dare agli altri la visione
intera del mondo di ognuno (ed ecco lo
sviluppo delle idee, dell'arte,
della scienza).
Ma quali sono state le modalità,
quali sono stati i processi che hanno
impresso a queste tre condizioni essenziali svolte
decisive?
Fino all'invenzione della scrittura
- sostiene giustamente McLuhan- l'uomo visse in uno spazio acustico, sonoro,
orale senza confini, senza
direzione, senza orizzonti, nel buio della mente,
nel mondo della emotività, delle emozioni e delle intuizioni primordiali,
per terrore. Quando fu inventata la penna d'oca, prima della stampa meccanica,
questo mezzo (la penna d'oca) mise termine alla parola orale, parlata,
intesa come unico mezzo di espressione, di comunicazione. La penna, cioè
la scrittura, abolì tanti misteri, produsse l'architettura e le
città, cioè permise l'organizzazione delle società
moderne. Permise di programmare a tavolino la realizzazione
di strade, l'organizzazione degli eserciti, della burocrazia, delle istituzioni.
Fu la condizione base che iniziava il ciclo delle civiltà, che determinavaa
il salto dal buio alla luce della mente. La mano che riempiva la pagina
di pergamena (il primo foglio adoperato per registrare la scrittura) costruiva
la città, organizzava il mondo.
Poi nacque l'arte meravigliosa di dipingere
la parola e di parlare agli occhi. L'arte cioè di illustrare la
parola, il pensiero, le idee. Nacque appunto la possibilità di parlare,
di informare, di comunicare, di sentire, di esprimersi anche attraverso
l'immagine, attraverso la parola dipinta, illustrata; attraverso
la parola divenuta visiva, capace cioè di essere vista
e non soltanto letta. La parola vista capace di essere capita
da tutti, contemporaneamente, simultaneamente. A questo punto, si
capisce bene quali immensi vantaggi abbia ricavato l'uomo, la società,
dall'avvento di questi mezzi moderni; ma si può capire altrettanto
bene a quali grandi rischi sia andato e continui ad andare contemporaneamente
incontro l'uomo. Perché? Perché una così potente
disponibilità di comunicazioni per immagini non fa che aggredirci
e sopraffarci, rendendo sempre più difficile e complicata la
possibilita di scegliere criticamente le informazioni e le comuncazioni
che sono più utili alla nostra vita, alle nostre esigenze, al nostro
bisogno di modificarci, di migliorarci. Alla nostra esigenza di apprendere
idee e cose che arricchiscano effettivamente le nostre conoscenze,
la nostra istruzione, la nostra cultura. Idee e conoscenze che ci
informino e ci formino veramente, che diano un senso compiuto
alla vita di ogni giorno e allo scopo per cui viviamo,
operiamo, stiamo insieme, ci organizziamo e progrediamo (quando progrediamo).
Cosicché, oggi si stampano migliaia
e migliaia di libri, giornali, riviste; si fabbricano migliaia e migliaia
di radio, di televisori, di pellicole cinematografiche, di sistemi pubblicitari.
Ebbene, limitando la ripartizione, la distribuzione di questi mezzi di
comunicazione alla fetta di mondo costituito dai nostri centri di provincia,
notiamo che i loro benefici, le loro conseguenze, le loro contraddizioni
non risparmiano nessuna zona del mondo civile. Riporto
un esempio abbastanza eloquente fornito dal mio paese, Godrano.
Godranoconta circa 1.100 abitanti, ma nello
stesso paese esistono oltre 800 televisori e più di 300 radio.
E siccome questi mezzi e la loro diffusione sono, come si è detto,
la diretta espressione della società dei consumi, si sa ancora
che a Godrano esistono 40 automezzi, moltissimi frigoriferi, moltissime
lavatrici e cucine a gas. Ma se citiamo qual è il numero dei giornali
quotidiani consumato in media nello stesso centro, ci accorgiamo
che la risposta è purtroppo sconsolante. Infatti, appena uno o due
copie di giornali quotidiani vengono letti a Godrano. E una contraddizione
stridente se messa in rapporto alla diffusione degli altri mezzi di informazione
elencati prima. Una contraddizione notevole, comune, si badi bene, al resto
delle nostre società. Perchè la società dei consumi,
come abbiamo visto, produce, nella maggioranza dei casi, solo beni apparenti
e materiali, anche se può essere in grado di creare premesse valide
per ulteriori sviluppi in profondità.
Bisogna allora convenire con Marcuse
sulle disastrose conseguenze
dell'uomo ridotto ad una sola dimensione e dare
nel contempo ragione
a Levi Strauss che ha soppiantato Sartre; oppure
bisogna dare ragione
a McLuhan, per il quale il medium è il
vero messaggio al punto che la
lavatrice ha una sua responsabilità morale?
Certo l'incremento, il rapido sviluppo
della società dei consumi e dei
mezzi di comunicazione di massa, danno una configurazione
del mondo, del tempo e dello spazio in cui viviamo del tutto diversa da
quella che ha caratterizzato nel passato la vita delle precedenti civiltà.
Questa crescita ha però creato
iilusioni, continua a fornire macroscopiche evasioni.
Le immagini e gli oggetti di cui
le masse divengono sempre più
avide colpiscono l'occhio, violentando l'immaginazione,
costringendola
ad immagazzinare una quantità enorme e
caotica di proiezioni, di schemi, di sovrapposizioni, senza richiedere
la mediazione critica del pensiero e delle idee, dell'intelligenza attiva,
creativa.
In tal modo, le stesse immagini
e gli stessi oggetti vengono sottoposti
continuamente alle sollecitazioni di un divenire
rapido e di un consumo sempre più frenetico e caotico.
Per questa ragione, nemmeno le nostre
feste locali potevano sottrarsi
alla sfera di azione e di aggressività
di tali immagini e oggetti. Dallo
schermo televisivo e cinematografico, dalla vignetta
del fumetto, dal
cartellone pubblicitario (immagine e slogan),
il modello del personaggio, il suo mondo, le sue attrazioni, il suo linguaggio,
i suoi atteggiamenti si sono trasferiti fisicamente e virtualmente dovunque,
sono venuti nelle case e sulle piazze dei nostri piccoli centri di provincia,
suggestionando e ammagando le folle; dando un nuovo volto alle nostre feste,
una diversa configurazione al nostro divertimento.
Dallo schermo alla piazza: l'evasione
si fa più consistente, si tocca
con mano. La mitizzazione assume il suo corpo
reale, catalizza ogni
infrastruttura psico-biologica elementare, espande
la propria zona di
influenza e di assimilazione, generalizzando
la propria incidenza su strati socio culturali divenuti ogni giorno di
più ricettivi e arrendevoli.
La diva e la cantante con la loro
carica di sexy, di procazione
raffinata ma del tutto artificiale conosciuta
attraverso Io schermo, perde la sua astrattezza, diviene stimolo
ed istinto nello spazio reale della propria simultaneità fisica,
al di qua del diaframma dello schermo, nel vivo di una temporalità
istantanea e interamente vissuta nella successione di una gradualità
informativa che conferisce alla provocazione del mito l'efficacia
e la penetrazione di un modello già raggiunto e subito consumato.
Il meccanismo non risparmia nessuno,
perchè diventa struttura del
sistema: divenire e consumo delle immagini e
degli oggetti coinvolgono
il destino delle facoltà dell'uomo del
nostro tempo.
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