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Arte neoantropologica (1976)

Testo di Francesco Carbone
 
 

Le cassette d'arte neoantropologica, risultato delle mie più recenti ricerche in
questo campo, presumono di aderire anch'essa, in maniera totale, alla
cultura del territorio, collocandosi nel contempo,  certamente come
presenza diversa e conseguente, nel vivo delle problematiche che inve-
stono l'attuale dibattito alternativo riferito al processo globale della
coscienza.
    Il mio punto di partenza, in questo settore di ricerca, coincide con
quello di Henry Lefebvre, là dove egli sostiene che da una ventina d'anni
amministratori, sociologi, etnografi, geografi si sono liberati del fascino
filosofico derivante dalla logica formale, e dai pregiudizi giuridici venuti
dal diritto romano. Questi pregiudizi infatti falsavano le prospettive
respingendo nell'assurdità e nella barbarie ogni tipo di realtà: la vita
comunitaria, il diritto consuetudinario, il pensiero spontaneo. In Africa,
 nel Madagascar, in Indocina, e poi in altri paesi, i ricercatori hanno
 scoperto sotto nomi diversi questa realtà così vicina alla nostra civiltà:
 il villaggio, i contadini, la comunità rurale.
    Viviamo in un mondo che ama pensarsi - dice Franco Ferrarotti -
 come mondo tecnico scientifico, ma continua a considerare la tecnica in
 termini magici piuttosto che razionali. Prevalgono nettamente le impo-
 stazioni dilemmatiche del problema: la tecnica come parto indolore di
 ricchezza e di benessere oppure la tecnica come realtà onni-avvolgente
 che minaccia l'avvenire dell'umanità e l'idea stessa di uomo.
    Forse è più certa quest'ultima ipotesi.
    Così, anche l'arte, come momento e condizione indispensabile della
 conoscenza globale, prende atto di questa realtà e, per non morire, tenta
 di ridimensionarsi. Di conseguenza, i continui e sempre più "strani"
 cambiamenti che specialmente in questi ultimi anni l'arte ha subito, non
 possono essere stupidamente liquidati come facili mode, come capricci,
 ma debbono essere valutati criticamente, sulla base di informazioni serie
 e approfondite.
Il mio è dunque un ritorno non tanto all'arte del rappresentare, ma
un riandare all'origine del segno, alla scrittura, ai supporti elementari e
diretti (legno, terra, sassi, prodotti naturali) su cui veniva, e tuttora viene
registrata la scrittura, dandosi come elemento visivo, come dato percetti-
vo intellegibile.
   Un ripercorrere cioè all'indietro il cammino della cultura, la cui
diffusione in tutti i sensi comincia proprio con l'avvento della scrittura,
con il segno grafico del comunicare, il quale integra via via la comunica-
zione tradizionalmente orale.
  Iin questa operazione, come ognuno può notare, non ci sono forzatu-
re, giacché tutti sanno che nel nostro territorio l'uso della ferla (feluca),
dei bastoncini, del guscio d'uovo, della zucca essiccata, del muro, della
pietra, della terra, ecc., è tuttora diffuso per l'annotazione di segni sia
spontanei che convenuti.
   Tutto questo a che cosa serve? Serve a capire meglio, a riflettere su
certe condizioni della cultura, a valutarne il divenire spesso esasperato
e deleterio.
   In fondo, la mia è proprio la percezione di un modello di cultura
quello del nostro territorio, il quale - come sostengono giustamente gli
antropologi Ruth Benedict e Oscar Lewis (quest'ultimo in "La cultura
della povertà") - permette di superare le angustie dell'etnocentrismo e
di stabilire rapporti di rispetto e di comprensione per le culture "altre".
   Di pervenire in definitiva ad una condizione ideale di visione e di
azione interculturale.
   Solo dopo questo accertamento si potrà arrivare alla creazione di
premesse, di situazioni, di condizioni tali da potere innestare le diverse
fisionomie culturali locali - desunte, concepite e reinventate secondo
l'impostazione di questa rassegna - nella validità di un contesto culturale
più vasto, articolato, vivo e presente.



 
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