|
Museografia sperimentale a Godrano (1981)
testo di Francesco Carbone
Oggi che la tecnica, la tecnologia
e la scienza hanno raggiunto
risultati strabilianti in molti campi della conoscenza
e delle attività
dell'uomo, inducendolo a mutare comportamenti,
pensieri, sensazioni,
nonché interi sistemi di vita sia individuale
che collettiva, è necessario
porre un'adeguata attenzione su quanto è
accaduto nel passato e in che
modo il prescnte ne eredita i valori e la memoria.
Ricerca, analisi, documentazione,
attivazione sono divenute così
esigenze imprescindibili dei nostri giorni; esigenze
volte a conservare e
a perpetuare nel futuro beni materiali, spirituali,
morali, mentali, cultura-
li che segnano le tappe della convivenza umana
e il cammino della storia.
Accade in tal modo che limitando
lo spazio della nostra riflessione
a taluni risultati ottenuti, appunto, dalla tecnica,
non possiamo non
osservare come il luogo della Fiera e
i prodotti che essa esibisce, siano
una testimonianza palese di ciò che l'uomo
ha voluto e saputo ottenere
per migliorare sempre di più le
proprie condizioni di lavoro e di
esistenza sulla scia degli esiti precedenti e
sotto la spinta di nuove idee.
La Fiera, dunque, costituisce
la sede e il momento adatti non soltanto
per verificate il grado di qualità, funzionalità
e innovazione raggiunto
dall'ampio ventaglio dei prodotti esposti ma
per avvalorare anche il
bisogno di non lasciare cadere nell'indifferenza
e nell'oblo quanto è stato
ottenuto prima attraverso i processi non sempre
articolati, ma senz'altro
conflittuali, della produzione e del lavoro.
Muovendo da tali premesse, ecco
discendere così l'occasione per
parlare dei Musei che vogliono documentare e
trasmettere la memoria
della cultura contadina e pastorale insediata
e sempre più dispersa da
due fattori fondamentali: l'emigrazione e i mass
media.
Dopo la «Casa Museo»
di Palazzolo Acreide, fondata e diretta con
dedizione e competenza dal compianto Antonino
Uccello, e dopo il
«Pitré» di Palermo, altri
musei a carattere etnico-antropologico sono
sorti da alcuni anni a questa parte in diversi
centri dell'Isola. Ma sono
essi, vera espressione del mondo popolare? Sono
cioè semplici collezioni
o veri centri di propulsione alla ricerca? Sono,
ancora, musei folkloristi-
ci che rispecchiano fedelmente la vita popolare?
O sono, invece, tali
musei «cosa morta», o denuncia
evidente di «ideologie e metodologie
inattuali»; risultato di «sostanziale
infedeltà, rispetto alla situazione cultu-
rale che essi vogliono documentare»?
Queste, infatti, sono le perplessità
avanzate al riguardo, rispettiva-
mente da due autorevoli studiosi: Alberto M.
Cirese e Antonino Buttitta.
Per non correre tale rischio e per potere ipotizzare
così un possibile
modello di muscografia del tutto sperimentale,
il Movimento Comunità
di Base «Busambra» di Godrano - fondato
sulla ricerca, documentazione
e attivazione socio-culturale e politica
nel territorio - ha ideato e
realizzato (in una sede provvisoria dello stesso
piccolo contro dell'entro-
terra palermitano) un punto di riferimento il
quale, anziché definirsi
necessariamente o rigorosamente «Museo
etnoantropologico», si denota
come «luogo della memoria, dell'immaginazione,
della creatività e della
storia».
La stessa nuova ipotesi di
museo incorpora e fonde, contemporanea-
mente, quella di pinacoteca d'arte figurativa,
sia tradizionale che speri-
mentale. L'iniziativa è il frutto di un
lavoro di ricerca in più direzioni
e risponde all'esigenza, oggi più che
mai avvertita, non tanto di ribaltare
i percorsi consueti nell'organizzazione o dello
smistamento della cultura
riservati alla città, ma a quello di individuare,
con rnaggiore chiarezza
di analisi e di intervento, lo spazio e il
tempo del luogo relativi ai centri
minori dell'interno della Sicilia.
Ciò che occorre rivedere ora è
proprio la stessa definizione di territorio;
definizione abusata e lasciata scadere, purtroppo,
nella più piatta generi-
cità.
In fondo, si tratta ancora di ripercorrere,
con metodologie veramennte
aggiornate, le vie indicate in questi ultimi
decenni dalla nuova storiogra-
fia, nonché dalla sociologia e antropologia
culturale volte a rilevare tra
l'altro le strutture fondanti delle società
contemporanee e i processi che
esse avviano muovendo da se stesse, dalle loro
sollecitazioni di base.
Già Michel Foucault ha osservato
da tempo che la storia istituziona-
lizzata «si è arbitrariamente incaricata
di escludere dal proprio corso» il
frammento, la «pratica sparsa»
costituta, appunto, dai gruppi sociali di
base, dalle società reali. Su questo aggiustamento
di tiro, il Movimento
«Busambra» di Godrano opera da diversi
anni, ritenendo che a partire,
appunto, dal frammento o perimetro non indipendente
né mutilato del
luogo, si possa pervenire ad una più adeguata
unità contestuale, ad una
società intesa in tutte le sue manifestazioni;
culturali, politiche, economi-
che e così via.
Con tali motivazioni e prospettive sono nate,
dunque, sia il Museo
antropologico-culturale che la Pinacotcca d'arte
figurativa, intesi entram-
bi nel senso prima precisato.
Il museo come divenire spontaneo
e storico della cultura materiale
dell'attrezzo e dell'oggetto, della cosa, colti
anche nelle loro contraddizioni
evolutive, nei segni e segnali, nei simboli variamente
emessi nel loro
procedere con la tecnica, la tecnologia e la
scienza che li trasforma e li
supera nel tentativo di accantonarli e di disperderli.
Attrezzi, oggetti e
cose i quali, invece, chiedono a questo luoghi
deputati di continuare a
vivere attraverso la forma del tempo e
l'arte della memoria.
La Pinacoteca come ipotesi
post-istituzionale di se stessa, nel senso
che essa vuole essere uno strumento vivo e mobile,
fortemente radicato,
con il Museo, nella realtà in cui essi
nascono e da cui si espandono per
tessere rapporti di confronto e di verifica con
l'arte tradizionale, popolare
e di avanguardia rispetto alla creatività
nel suo insieme e a quella del
luogo in particolare.
Sia il Museo che la Pinacoteca,
pur tendendo in prospettiva ad una
sistematicità necessariamente scientifica,
vogliono rispecchiare anche
l'esigenza di essere e di divenire strumenti
vivi, capaci di interessare con
immediatezza non soltanto visiva, ma anche fisica,
tattile (oggetti da
toccare, prendere, fare agire, ascoltare, sentire),
coloro che ad essi si
accostano con immaginazione e razionalità
di intesa e di lettura.
L'impaginazione, infine, sia dell'uno
come dell'altra, la loro fusione
e il loro assemblage tattico e funzionale,
suggestivo, rispondono anche ad
un bisogno reale di museografia creativa in
modo da apparire, ed essere
(museo e pinacoteca) un'opera d'arte complessiva,
autonomamente frui-
bile ma anche inevitabilmente innescata nell'attuale
e urgente bisogno
di processi incrociati e transculturali, fra
tradizione e presente.
|